Il paracadute dei giovani di Forza Italia e ’nu babà per Mastella

8 AGO 20
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Al direttore - Giovanni Bazoli, per il modo appropriato e corretto in cui è intervenuto nel tempo per l’autonomia del Corriere della Sera – tema al quale dedica un commento Stefano Cingolani nel Foglio del 2 aprile – è riuscito a far dimenticare tutte le discussioni che a suo tempo vi furono sui rapporti, partecipativi e di finanziamento, credito-editoria e sulla necessità di barriere di separazione; per non dire di un articolo di Piero Sraffa negli anni Venti del Novecento, a proposito della crisi dell’Ansaldo, che metteva in evidenza le distorsioni indotte dai rapporti tra credito, editoria e industria. Pur in una situazione completamente diversa e pur nelle carenze gravi del capitalismo italiano, si ripropone, comunque, l’esigenza di pensare, per quel che riguarda il finanziamento delle società editoriali dal lato del mercato, a organismi intermedi, quali ad esempio le fondazioni, con lo scopo di affermare, nei limiti del fattibile, l’autonomia innanzitutto dei giornali, che non dovrebbe sembrare utopistica.
Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia
Più che lo strumento, se mi consente, ciò che conta sono le teste. E voler far stare in un giornale come il Corriere troppe teste che la pensano in maniera troppo diversa una dall’altra mi sembra un’operazione quasi impossibile. E se proprio c’è un tema da mettere a fuoco, su questo terreno, quel tema è il senso strategico dell’avere un patto di sindacato. Ma su questo torneremo.
Al direttore - Dennis Hopper, come ha scritto l’arguto estensore di Alta Società, è (di certo) molto contento di “Drugstore Camera”, il libro di foto prese con macchine usa e getta pubblicato ora in Italia e già visto da Gagosian un paio di anni fa. Ma lo è e lo sarà per sempre nell’istante fissato nel bianco e nero, un po’ polveroso, un po’ numinoso, dell’Aldilà. Ci ha lasciati infatti, Dennis, nel maggio del 2010: sono quasi cinque anni. Tempo, anche, di anniversari. Diciamo che a lui – come al volume, che ha il sapore di un rullino dimenticato e ritrovato post mortem in un cassetto – si addice il presente storico.
Luca Rigoni
Al direttore - “Nel mezzo del cammin di nostra vita”: così Dante descrive gli anni tra i 35 e i 40. La mia età. L’età in cui si deve pensare alla seconda parte della propria vita, nel mio caso della vita politica. E mi trovo a doverlo fare in uno dei momenti più difficili di Forza Italia, iniziato con la liquefazione del Pdl e il ritorno a Forza Italia, e continuato con la scissione di una componente filorenziana, l’Ncd, il tutto condito dalla solita feroce attività giudiziaria contro Berlusconi. Nonostante tutto Forza Italia è ancora a doppia cifra e Berlusconi rappresenta un punto di riferimento dell’elettorato moderato ed è il perno del centrodestra. Ma a FI è mancato qualcosa. E’ mancato un vero e robusto processo di rinnovamento che ormai dovrebbe essere naturale. FI nasce nel 1994 e crea una generazione di nativi berlusconiani che non è mai stata ex. Mai stata democristiana o missina, socialista o comunista. Sono coloro che hanno votato per la prima volta nel 1994 e hanno votato per Berlusconi. Sono io e tanti altri, che abbiamo votato sempre e solo Berlusconi. Una generazione pura. Oggi, dopo 21 anni, questa generazione potrebbe essere quella da cui Forza Italia può ripartire, con la guida di Berlusconi. Quella generazione oggi avrebbe 39 anni, gli anni di Matteo Renzi quando è divenuto premier. Uno che, non a caso, ha un forte imprinting berlusconiano, perché cresciuto e formatosi proprio in quegli anni. Questa classe di nativi berlusconiani chiede di essere messa alla prova. Le elezioni regionali consentono sperimentazioni, si tratta di investire, di perdere pure un’elezione, al limite, ma di costruire per vincere la prossima. Una politica di lungo respiro purtroppo abbandonata da Forza Italia. La stessa ricerca di candidati fuori dal partito, provenienti dalla cosiddetta società civile, se prima veniva vista come un dato positivo, di apertura da parte di FI, oggi non è più così positiva. Tale apertura funziona solo con un partito forte, strutturato, cosa che FI non è per sua stessa natura e non lo è oggi più che mai. Il candidato esterno, in caso di sconfitta, probabilmente se ne va, non lasciando alcuna eredità. Io ho perso le elezioni a Pavia. Ma oggi guido l’opposizione in comune e giro l’Italia come responsabile formazione enti locali del partito. Forse è arrivato il momento di provare candidati interni che possano costruire qualcosa. Su 20 regioni italiane i governatori di Forza Italia sono… zero! Lo stesso Caldoro ottimo amministratore è del Nuovo Psi, come noto. Nelle 12 città metropolitane i sindaci di Forza Italia sono… Zero! Eppure questi numeri desolanti non rispecchiano affatto ciò che Forza Italia ha rappresentato e rappresenta per la storia italiana: il cambio di passo tra Prima e Seconda Repubblica, la sconfitta della gioiosa macchina da guerra comunista, il tema della giustizia centrale nel dibattito politico. Forza Italia deve tornare a essere leader, non follower, deve indicare la strada e gli uomini per percorrerla, non subire scelte altrui. La Lega ha attivato un percorso di rinnovamento anche traumatico, ma è riuscita a triplicare i voti, secondo i sondaggi, quando tutti la davano per morta, sepolta dagli scandali e con un leader non più in grado di condurre. Eppure è riuscita a cambiare la sua classe dirigente, innestando forze nuove e cambiando il linguaggio. Questo noi non lo abbiamo fatto. Ma quando messi alla prova i nativi berlusconiani hanno dato prova di sé, come Lara Comi (32 anni), eletta per due volte al Parlamento europeo; oppure come la sorpresa Andrea Romizi (36 anni) sindaco della rossa Perugia; o ancora come Simone Baldelli (42) che dopo l’intensa attività in Forza Italia giovani riveste alti ruoli istituzionali con non comune abilità; o infine come Giorgio Silli (37), il più votato consigliere della Toscana. Tutti preparati e con una professione propria, non dipendenti dalla politica, come è normale per chi politicamente nasce con Berlusconi. Le resistenze di chi a 75 anni deve decidere alleanze e candidature o di chi sta in Parlamento da 23 anni devono essere superate. Di eccezione ce ne può essere una sola e in virtù dell’eccezionalità della persona: Silvio Berlusconi.
Alessandro Cattaneo,
Ufficio di presidenza di Forza Italia
Interessante ma con un’annotazione. In politica chi aspetta di ricevere il potere non avrà mai un vero potere. Bisogna conquistarlo, il potere, e rischiare di brutto, anche a costo di lanciarsi senza paracadute. Purtroppo mi sembra invece che in Forza Italia siano in tanti quelli che si preoccupano più del paracadute che del lancio. Se, come dice lei, Forza Italia è piena di persone valide che potrebbero spiccare il volo da un momento all’altro, queste persone devono dimostrare di avere, oltre che l’età, anche delle idee, anche un progetto di rupture. I bravi, nei partiti, se sono bravi emergono sempre. Se non si riesce a emergere significa che il problema non è il partito che frena, che può darsi, ma è anche che chi prova a emergere non ha il carattere giusto per vincere la propria partita. E se si vuole emergere, in politica, la cosa peggiore che si possa fare è chiedere permesso. Non trova?
Al direttore – Le minacce di D’Alema ci fanno un baffetto.
Con i migliori saluti.

Roberto Alatri
D’Alema ha passato una buona parte della sua vita politica ad attaccare i suoi avversari utilizzando l’arma della morale. In Italia la morale viene spesso fatta sulla base di intercettazioni gentilmente passate dai magistrati ai giornalisti che servono per dare alle inchieste una cornice non solo penale ma, appunto, anche morale. Ne consegue che il D’Alema che giustamente protesta per chi gli fa la morale sulla base di intercettazioni che mai sarebbero dovute uscire dalla stanza di una procura è lo stesso D’Alema che ha passato una vita a fare la morale ai suoi nemici anche sulla base di intercettazioni che mai sarebbero dovute uscire dalla stanza di una procura. Ridere sotto i baffi ci viene più che naturale, diciamo.
Al direttore - In effetti non è nemmeno colpa dei politici, che però finora sono stati al gioco. E’ la magistratura che, quando si tratta di personaggi vicini, che so, a Formigoni, riempiono le redazioni di notizie e altri elementi in quantità tali da consentire una clamorosa apertura ai Tg di Mentana e Berlinguer, di offrire spunti per le scene di Crozza, di confezionare titoloni per il Fatto e Repubblica. Quando invece un personaggio è vicino a un’altra area, in particolare di sinistra – nel caso si tratta del capo di gabinetto del presidente della regione Lazio, il Pd Zingaretti – allora scatta la cautela, direi la protezione degli inquirenti, la discrezione citata dall’inquisito. Se questa è giustizia!!! Ma attenti, perché il vento non spira sempre nella stessa direzione e le forze in campo sono molteplici, variegate e intrecciate in modi imprevedibili per cui tutto veramente può succedere se non si fa giustizia vera, ma, troppo spesso strumentale, smaccatamente strumentale. Dopo i governi di Craxi, Berlusconi 1994, Prodi/Mastella e, ancora, Berlusconi 2011, ce ne sarà qualcun altro colpito dai pm? Certo, se non si pone seriamente mano a una rigorosa e incisiva riforma della giustizia che stabilisca i poteri e i limiti delle procure, senza timore di ricatti che portano sempre a soluzioni al ribasso e del tutto inutili.
Enrico Venturoli
A proposito di Mastella, davvero notevole il racconto fatto mercoledì sera a “Porta a Porta” da Marcello Sorgi, editorialista della Stampa. Sorgi ha raccontato che nel 2008, da inviato della Stampa a Napoli per seguire proprio la Mastelleide, si ritrovò al Caffè Gambrinus con quattro colleghi giornalisti. Dopo una telefonata arrivata a uno dei colleghi, si presentò al tavolo un funzionario della prefettura, racconta Sorgi, che gli consegnò una chiavetta contenente “in anteprima” i file di tutte le intercettazioni che riguardavano la famiglia Mastella. In quei file c’erano anche intercettazioni non utilizzabili ai fini processuali (Mastella all’epoca era ministro). Praticamente, meglio de ’nu babà.